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La vigilia di Natale del 1947

Milano, mercoledì 24 dicembre 1947

Al ballatoio del primo piano la grata a fisarmonica dell’ascensore scivolò via senza che Luigi Mari avesse il tempo di sfiorarla. Fu così sorpreso che a malapena trattenne a sé le ante della cabina.

«Eccoti qui, finalmente!» suo fratello Michele lo afferrò in un abbraccio possente.

Non si vedevano dall’estate, dalle settimane di convalescenza che Mari aveva trascorso nella villa della famiglia della cognata Margherita – i conti Fagnani – un luogo di beatitudine pieds dans l’eau tra Rapallo e Zoagli.

«Ti trovo molto bene, riesci addirittura a ringiovanire…» continuò Michele insistendo nell’abbraccio.

«Merito del forzato riposo» Mari si liberò dalla stretta fraterna «oppure di quelle medicine che i tuoi colleghi mi propinano con dosi equine nelle convalescenze tra un’operazione e l’altra…»

«E Iolanda?» domandò Michele scrutando il vano dell’ascensore.

«Ha preferito sincerarsi che il tuo autista si occupasse dei bagagli nel giusto ordine, almeno secondo lei…» rispose Mari scrutando dabbasso ai piedi dello scalone seicentesco «a proposito grazie per averci inviato l’automobile a Bologna…»

Michele fece spallucce, sorrise e si avviò all’ingresso di casa, un atrio con alte finestre e al centro un podio con una gigantesca corbeille di fiori, dispensatrice di colori e fragranze primaverili.

«Margherita e io siamo felici che trascorrerete qui il Natale» Michele abbassò la voce per rimarcare la confidenza «anche per noi è il primo a casa… dopo i lavori interminabili di rifacimento.»

«Ma quello che vedo è magnifico!» Mari piroettò sul bastone, rapito dalla magnificenza delle decorazioni su pareti e volte restaurate a regola d’arte. Quindi affidò cappotto e cappello alla cameriera, impeccabile con guanti, crestina e grembiulino bianchi.

«Bene arrivato, Colonnello, sono Lina» sussurrò questa sorridente.

Dalla poltrona Mari allungò le gambe ancora indolenzite a causa della faticosa seduta fisioterapica del mattino e delle ore trascorse in viaggio. Pensò di nuovo a quanto suo fratello fosse stato premuroso nei suoi confronti per avere inviato l’autista all’Istituto Ortopedico Rizzoli, l’ospedale diventato familiare per lui negli ultimi due anni per le cure degli innumerevoli postumi delle ferite inflittegli dai nazisti. Era stato nel marzo ’44. Da quel sanguinoso inseguimento tra via di Porta Pinciana e via Veneto la sua vita era mutata completamente: si era salvato grazie al soccorso e alle cure ricevute da Iolanda, fino ad allora una sconosciuta. Eppure, improvviso e imprevisto l’amore aveva fatto breccia nell’agra vita da militare costellata da missioni brillanti, campagne belliche ardimentose, fino all’ultima, la lotta contro l’occupazione nazista di Roma.

Sentì Iolanda borbottare nel guardaroba con la cameriera.

«Qualche giorno fa qui avevate neve e freddo polare» il baule risuonò di un tonfo sordo «invece oggi trovo una giornata soleggiata e tiepida, quasi come a Roma… e tutto questo bagaglio non ci occorrerà!»

«Meglio così, sciura…» la confortò la cameriera «avete così bei vestiari

«Ma è Natale, benedetta» la riprese Iolanda «e poi dopodomani la prima all’opera, e ancora il veglione, e il Primo dell’anno. Sante feste…»

Lui rise tra sé: «Parla alla ragazza come farebbe alle lavoranti dell’atelier…»

«Un bagno caldo è quel che ti ci vuole, Luigi» la voce squillante dal guardaroba era molto più di un’esortazione e gli impedì altri commenti «devi prepararti per la cena, non avrai scusanti… la sera della vigilia meno che mai.»

Mari schiuse le palpebre e osservò il vapore che ormai imperlava tutta la stanza da bagno. In quel tepore si era smarrito tra i ricordi dell’ultimo Natale trascorso a Milano: erano trascorsi ormai più di dieci anni, nel ’35, la sua prima licenza da giovane capitano di stanza a Mantova.

Allora Michele, il fratello primogenito, di quattro anni più grande, era tenente medico-chirurgo nel Corpo Sanitario dell’esercito in Africa: da Asmara era stato comandato nel fronte nord a Adigrat e in seguito verso Tembien, al lavoro in ospedali da campo mobilitati secondo l’occorrenza bellica. Lui aveva inviato un’ultima lettera a metà dicembre con una foto opaca: un’abbronzatura insolita spiccava su un forzato sorriso assieme ai commilitoni, tutti in camici bianchi. Aveva scritto delle atrocità alle quali assisteva, dello spietato folle intento di chi avrebbe impiegato gas e veleni per piegare il nemico. Così anche aveva lamentato le miserrime condizioni fisiche e psichiche di soldati e ascari, come anche di inermi civili italiani: era impegnato a curare non solo amputazioni e ferite di guerra, ma molto di più.

Mari aveva letto quella lettera insieme a Margherita e alcuni brani li aveva ripassati con il piccolo Alberto, che aveva già imparato a compitare scorrendo con un ditino le righe della calligrafia paterna.

Nella sala da pranzo lo scintillio degli addobbi natalizi ampliava i chiarori dai candelabri: i putti della volta ne sembravano compiaciuti. Tra le due finestre affacciate sulla via svettava un albero natalizio con ghirlande, nastri, fiocchetti dorati e lucine. Mari curiosò attorno alla tavola già imbandita e proseguì lemme lemme verso il primo dei salotti, distratto dagli innovativi accostamenti della quadreria. Pensò che lo stile della casa rispecchiasse l’estetica modernista della cognata senza pregiudicare del tutto la tradizione della sua famiglia.

Si guardò ancora attorno: nessun altro in vista, neppure il personale di casa, così si accomodò sul divano in attesa dei familiari e di Iolanda. Questa aveva desiderato rimanere sola per terminare acconciatura e maquillage, ma soprattutto per indossare l’abito che aveva disegnato per la prossima collezione del suo atelier. «Una novità, un’anteprima assoluta: ti piacerà» gli aveva sussurrato, sospingendolo con un bacio sulla guancia fuori dalla camera.

«Agli appuntamenti arrivi sempre per primo» scherzò Michele sedendo accanto al fratello «davvero ti trovo meglio della scorsa estate.»

«Il tempo è il migliore dei miei medici» ribatté pronto Mari «è d’accordo anche la mia gamba…»

«Ancora questa storia…» un’occhiataccia spiritosa accompagnò la risata di Michele «ricordati che ti sei salvato grazie a noi medici e alla fermezza di tua moglie.»

«A proposito non ho visto ancora Margherita» tagliò corto Mari «e neppure Alberto. Ancora in giro per compere?»

Michele si adombrò, rapito da un’improvvisa preoccupazione. Si alzò, accese una sigaretta e si soffermò a osservare la strada dalla finestra.

«Avrei preferito non parlartene stasera, proprio la sera della vigilia…» si voltò nervoso, sbuffando fumo «purtroppo non riesco a pensare ad altro, non resisto…»

Mari si sollevò appoggiandosi al bastone.

«Dall’ultima telefonata, due settimane fa, avevo avvertito un tuo certo nervosismo: credevo fosse dovuto a qualche inquietudine per il lavoro o forse al ritorno in questa casa dopo i lavori» poggiò la mano sulla spalla del fratello e gli bisbigliò quasi timoroso «invece c’è altro che ti preoccupa…»

Michele aspirò una profonda boccata, una smorfia di angoscia gli attraversò il volto.

«Non si tratta di Margherita, ma di Alberto!» disse a bassa voce.

Mari sprofondò sul divano, sorpreso, meravigliato, incredulo. Nell’ultima estate era stato spesso in compagnia del nipote: era diventato un giovanotto, sportivo e allegro, dal fascino irresistibile per le ragazze della comitiva del mare, felice di avere passato l’esame di maturità con un’ottima media di voti, desideroso di iniziare al Politecnico gli studi di ingegneria meccanica,.

«Gli è successo qualcosa? Sta male?» Mari liberò tutta l’apprensione cagionata dal grande affetto per Alberto.

«No, non è un problema di salute. È peggio…» Michele spense la sigaretta sbriciolandola nel portacenere «negli ultimi mesi è così cambiato… non lo riconosco più.»

«Vuoi dirmi che la frequentazione dell’università ha influito in qualche modo su di lui?» azzardò Mari, sollevato da un’intuizione immediata.

«Non so se è stata l’influenza dell’ambiente universitario oppure qualche nuova amicizia sbagliata» Michele soppesò le parole con la lentezza del ragionamento «escluderei un’infatuazione per qualche ragazza, non ne ha mai parlato.»

«E dunque?»

«So per certo che Alberto è un attivista del partito comunista…» la voce s’incrinò e si spense in una smorfia muta di amarezza.

Mari lo scrutò: gli apparve tanto angosciato dalla drammatica affermazione, rassegnato nell’asprezza della constatazione, soverchiato dalla delusione di vagheggiate speranze paterne. Riuscì a dominare a stento un sorriso spontaneo: era risaputo in famiglia che avesse combattuto durante l’occupazione di Roma in coordinamento con molti partigiani comunisti, ugualmente notoria era la sua severa critica a personaggi di quel partito, quelli allineati ai dettami del Cominform, alla nuova internazionale comunista, e ai dirigenti di partito sostenitori del modello sovietico e più in generale delle politiche staliniane. Da suo fratello gli era riconosciuta e apprezzata la passione per le analisi politiche fondate sullo studio di importanti pensatori contemporanei e l’innegabile capacità di sintesi intellettuale.

«Ti rendi conto di cosa mi è capitato?» riprese Michele turbato anche dal prolungato silenzio.

Mari trattenne un accenno di risposta per il sopraggiungere di Ottavio. che ora indossava una coreana candida dai bottoni dorati in luogo di divisa e berretto da chauffeur.

Questo annunciò in un filo di voce: «Sono arrivati l’avvocato Mandelli e la signora Emma»

Michele si scosse dall’espressione corrucciata e andò incontro ai familiari: la sorella minore di Margherita e suo marito, gli unici invitati che attendeva. Mari li aveva conosciuti alla loro festa di fidanzamento, anni prima della guerra: Emma, era una talentuosa pianista e insegnava al Conservatorio Giuseppe Verdi ed Ezio, il marito, un noto civilista del foro milanese, reduce anche lui dall’Africa e invalido alla mano sinistra trapassata da una pallottola di rimbalzo. Avevano una figlia, che studiava in un collegio nei pressi di Montreux dove anche i suoceri di Michele si erano trasferiti da due anni.

«Luigi, avevamo una gran voglia di rivederti» Emma lo abbracciò e baciò con uno slancio di entusiasmo «e la cara Iolanda? Rapita da mia sorella?»

«Credo che stiano dedicando molta cura alla mise di questa sera» Mari ricambiò la stretta di mano di Ezio.

«Ma siamo in famiglia… o aspettiamo altri amici?» domandò questo esitante.

«Niente affatto, Ezio, siamo tra noi… siete elegantissimi» rispose Michele facendo cenno a Ottavio di servire lo champagne.

«Dopo cena vorremmo andare alla messa del cardinale Schuster in Duomo. Verrete tutti?» Emma festosa alzò la prima coppa.

«Iolanda e io preferiremmo di no: saremo troppo stanchi per il sermone» Mari ricambiò il gesto di brindisi.

«E Alberto? Sarà con noi?» Ezio scambiò uno sguardo d’intesa con il cognato.

«Ha promesso alla madre e a me che non sarebbe mancato a cena» Michele smise il sorriso e aggrottò la fronte.

«Ne stavo parlando prima del vostro arrivo» continuò rivolto a Mari «è stato Ezio a informarmi di quanto ti accennavo. Fortunatamente per noi ci sono amici che al bisogno dimostrano di esserlo per davvero.»

«È stata una casualità, una semplice coincidenza, fortunata più che fortuita…»

Iolanda e Margherita sottobraccio apparvero dal fondo del salone.

«Se qualcuno faceva riferimento alla fortunata, allora stavate parlando di me» la padrona di casa rise e con lei tutti i presenti. Indossava un vaporoso abito fucsia che accendeva l’incarnato chiaro e la cascata di capelli biondi un po’ ribelli.    Coetanea di Iolanda, aveva acquisito dal padre la passione per l’arte figurativa, specialmente quella contemporanea, e nella Milano del dopoguerra era divenuta instancabile organizzatrice di eventi culturali di risonanza nazionale. Aveva conosciuto il marito del tutto casualmente: un pedone era stato investito proprio sotto le finestre di casa, lei era scesa in strada e aveva aiutato il giovane ufficiale medico a prestare i primi soccorsi allo sfortunato. Iolanda le era affezionata e durante le villeggiature al mare erano state inseparabili.

Iolanda conquistò l’ammirazione di tutti per l’eleganza del tubino argenteo e riflessi antracite: la doppia scollatura profonda e lo spacco laterale sulle lunghe gambe rivelavano una consapevolezza di charme femminile. Si era raccolta i capelli neri a chignon. Non indossava gioielli tranne un filo di grandi perle australiane, uno dei primi doni del marito dopo il matrimonio.

«Potremmo anche sederci a tavola» annunciò Margherita.

«Manca ancora Alberto…» obiettò Michele.

«Arriverà, stanne certo» lo rassicurò Mari «già ho scorto che siederò a capotavola. Quale onore cara cognata…» porse il braccio alla cognata e si avviarono in sala da pranzo.

«Ci sarà un menu di magro, secondo la tradizione della famiglia di mio marito» Margherita dispiegò il tovagliolo ricamato a rametti di pungitopo «qui a Milano non c’è una vera usanza per la cena della vigilia.»

Ottavio servì pasticcio di tonno, salsa maionese e capperi guarnito di cetriolini e lamelle di uova sode, accompagnato a grissini di pasta sfoglia.

«Avete saputo che subito dopo Natale aumenterà il pane: sessantasette lire al chilo, un’esagerazione…» lamentò l’avvocato.

«Che dire? Il vero sconcerto è che ancora non è prevista l’abolizione delle tessere annonarie» osservò Michele «e a Roma che si dice?»

Mari si sentì chiamato in causa, come spesso gli accadeva conversando con coloro che stimavano sufficiente risiedere a Roma per essere titolato a conoscere dappresso le novità della politica e del governo.

«I guasti della guerra si ripareranno in tempi lunghi e grazie agli aiuti degli americani e di altre nazioni alleate che li imitano in generosità. Piuttosto è vero che qui a Milano non viene ritirato il carbone distribuito con le tessere?»

La discussione proseguì con i commenti più disparati tra i commensali, mentre Ottavio versava un vino bianco del Garda: Mari ne apprezzò il perfetto equilibrio tra aromi e sapori.

«Proporrei un brindisi» suggerì con uno sguardo d’intesa a Iolanda «a tutti noi che ci apprestiamo a vivere l’età repubblicana finalmente con la nuova costituzione…»

«Ha già firmato De Nicola?» domandò Emma incerta sull’avvenimento.

«È questione di giorni, Vero?» la trasse d’impaccio Margherita.

«Ciò che conta davvero è l’approvazione dell’Assemblea costituente avvenuta l’altro ieri» precisò Mari.

«Ma non all’unanimità!» sottolineò l’avvocato con sorriso malizioso «più di un decimo dei deputati ha votato a sfavore e non se ne parla affatto!»

«Democrazia, caro Ezio» Iolanda batté la mano sul tavolo, il viso acceso di rossore «questa è la de-mo-cra-zia.»

Mari guardò Iolanda divertito e dispiaciuto al contempo: da un lato le riconobbe come con piglio coraggioso da partigiana non trascurasse occasione per ribadire la totale dedizione agli ideali di libertà democratica, dall’altra però avrebbe desiderato evitare di riaccendere le ripetitive polemiche verbali con l’avvocato, le stesse che avevano animato molte lunghe serate dell’estate al mare.

«Conoscete quale sia il ritornello più in voga a Roma tra i politici per questo Natale?» domandò strizzando l’occhiolino «con la legge delle leggi, lasceremo i nostri seggi

«Divertente e azzeccato, direi» gli fece sponda Margherita «lasciamo stare la politica, almeno stasera. Arrivano i tortelli di zucca e patate al baccalà, vongole e cozze: una ricetta della Lina.»

Ottavio entrò con un vassoio dai profumi marcati di aglio e vino sfumato.

«Ma Alberto?» si lamentò Michele «devo iniziare a preoccuparmi?»

Nessuno gli rispose.

«So che non dovrei… ma la tua Lina merita i complimenti» disse Emma al primo assaggio «tortelli squisiti, sapori di mare eccellenti.»

«Lei è molto brava con il pesce» aggiunse Iolanda «ricordate che delizie le sue fritture di paranza… e il brodetto di mare.»

«Se siamo in vena di lodi, ne ho una anche io» attaccò Ezio «l’abbinamento a questa bonarda è eccezionale: una combinazione da ripetere all’infinito.»

«E allora libiamo nei lieti calici, che la bellezza infiora» Michele alzò il calice seguito da tutti.

«A proposito di lirica saremo tutti insieme la sera di santo Stefano?» Margherita si riferiva all’apertura della stagione lirica del teatro alla Scala «si dice che sarà un Otello memorabile.»

Così iniziò una vivace conversazione sull’evento operistico, ambìto dai milanesi e prezioso per ogni appassionato melomane.

Emma raccontò aneddoti sul direttore d’orchestra, il maestro Victor De Sabata, che era stato allievo del corso di “Pianoforte complementare” nello stesso conservatorio dove lei ora insegnava. Suo marito Ezio aggiunse che De Sabata, pur discendendo per parte di madre da una famiglia ebrea, aveva continuato una brillante carriera, del tutto intoccato dalle leggi razziali. Mari rammentò che era stato l’unico direttore d’orchestra invitato al festival di Bayreuth dopo il gran rifiuto opposto da Arturo Toscanini direttamente a Adolf Hitler. Michele si dichiarò desideroso di ascoltare il tenore italo-americano Ramon Vinay, che proprio Toscanini avrebbe voluto accompagnare alla Scala l’anno precedente nell’Otello. Margherita spiegò la disposizione che aveva in mente nel palco per Mari e Iolanda. Quest’ultima ammise candidamente la curiosità professionale per i nuovi costumi di scena disegnati per la rappresentazione, oltre il desiderio di ascoltare il baritono Gino Bechi, toscano come lei: la sua canzone La strada nel bosco era ancora uno dei motivi canticchiati insieme alle lavoranti nel laboratorio dell’atelier.

«Un nuovo brindisi: a Margherita per le sagge scelte» Ezio si alzò con un inchino rivolto alla cognata e il calice alzato come un trofeo «sarà una bella serata verdiana nel miglior teatro al mondo.

«Brindo anche per gli eccezionali lavarelli al cartoccio di erbe e spezie: li ho gustati come mai prima…» Mari tacque annotando il lampo severo negli occhi di Iolanda.

«Grazie Luigi» lo soccorse Margherita «siamo in famiglia e gradisco sempre i tuoi appassionati complimenti… alla cucina e alla cantina.»

Tutti risero, tranne Michele.

«A proposito di famiglia, nostro figlio ha perso la strada di casa?» borbottò spazientito «tardare la sera della vigilia, questa poi…»

«I giovani, si sa, sono distratti» lo giustificò Emma «mio nipote avrà avuto i suoi buoni motivi…»

«Alberto è giudizioso e sa quel che fa» sostenne Iolanda.

Michele strinse i pugni appuntati sulla tavola, accigliato e indispettito dalla predilezione accordata dalle zie.

«Forse a voi sfugge qualche novità» iniziò a denti stretti «ho notizie certe e sconfortanti che mi addolorano, da giorni sono il mio incubo, uno sproposito, anzi una follia bella e buona…»

Tacque e bevve un lungo sorso d’acqua.

«Visto che siamo in famiglia ti chiedo Enzo di mettere a parte tutti di quanto mi hai confidato giorni fa. Te ne supplico» la tristezza che velava i suoi occhi smorzò le ultime parole.

Ezio si appoggiò allo schienale, le braccia conserte, esaminò uno ad uno i parenti e trasse un respiro profondo.

«In tribunale sono stato avvicinato da un commissario che conosco da anni, un poliziotto perbene, vicecapo della sezione affari riservati della questura» i parenti lo ascoltavano incuriositi «abbiamo preso un caffè insieme e da gentiluomo mi ha avvertito che Alberto era stato condotto in questura in stato di fermo la sera del ventotto novembre…»

«Ma è il giorno dell’occupazione della prefettura» mormorò Mari «quella masnada di comunisti ex-partigiani brigatisti capeggiati dall’onorevole Pajetta…»

«Si sono opposti al trasferimento del prefetto Troilo con un atto di prevaricazione inaudita» aggiunse Michele «addirittura si era dimesso il sindaco Greppi con molti altri della cintura milanese, tutti pronti ad associarsi alla protesta violenta e all’immediata mobilitazione per uno sciopero generale.»

«Come un’insurrezione, un tentativo sovversivo che fortunatamente è stato risolto nell’arco di poche ore» proseguì Ezio «espugnare la prefettura non fu l’unica azione criminale commessa in città in quella giornata: i giornali ne hanno scritto poco o nulla per evitare di eccitare gli animi.»

 I parenti erano esterrefatti, del tutto all’oscuro di altre vicende.

«Dunque?» incalzò Mari.

«Posso dirvi che cinquanta scalmanati arrivati con autocarri hanno messo a soqquadro la redazione del Mattino d’Italia e poco dopo un altro centinaio di dimostranti a due passi dal Duomo, in via Santa Radegonda, hanno devastato la sede del Movimento Sociale e sequestrato tre impiegati trascinati alla sede dell’Associazione Partigiani…»

«È orribile» Margherita coprì il volto a mani giunte.

«E non è finita, mia cara» Ezio lisciò i risvolti della giacca «intanto un’altra banda di cinquanta protestatari ha occupato la sede della radio a Corso Sempione per imporre l’interruzione delle trasmissioni e diffondere un proclama per lo sciopero generale. Ditemi voi come interpretare tutto ciò…»

«Sembrerebbe un piano insurrezionale» commentò Mari preoccupato dalla strategia concertata «studiato militarmente e organizzato fin nei dettagli…»

«Esattamente come lo scorso anno…» Michele scosse il capo per lo sconforto «ricordate cosa accadde durante la rivolta a San Vittore? …»

«Successe di tutto, perfino il mistero del trafugamento della bara di Mussolini» sussurrò Emma.

Margherita scoprì il viso, era serrato dall’ansia, gli occhi umidi di lacrime trattenute: «E cosa avrebbe fatto il mio Alberto per essere arrestato?»

«È stato fermato e portato in questura, identificato e poi rilasciato come tutti gli altri sediziosi» affermò Ezio con accento avvocatesco «ciò è stato reso possibile in forza degli accordi presi a fine giornata da Pajetta con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, l’onorevole Andreotti.»

Mari batté il pugno sul tavolo, se ne rammaricò sebbene soltanto Iolanda se ne fosse accorta.

«Ma di quali colpe sarebbe stato accusato?» insisté Margherita sull’orlo della disperazione.

«Non è dato saperlo. Le eventuali imputazioni sono tutte cadute e non ci sono conseguenze giudiziarie» sentenziò soddisfatto il cognato.

«Però non ci hai chiarito perché è stato coinvolto nostro nipote» lo rimbeccò stizzito Mari.

«Avanti, racconta anche a loro quel che mi hai detto» aggiunse Michele.

«Alberto non era implicato nei fatti che finora vi ho raccontato» Ezio si schiarì la voce, bevve tre sorsi di vino, scuro in volto «invece si tratta di quanto è successo in corso Magenta all’angolo con via Carducci…»

«Ho ben presente» chiosò Margherita.

«Da un gruppo di giovani furono esplosi colpi di pistola contro le vetrine della Pasticceria Vigevani mandando in frantumi tutti i cristalli: da lì la teppaglia era entrata nel negozio e poi lo ha praticamente distrutto…»

«Non riesco a credere che Alberto fosse con questi criminali» un pianto irrefrenabile spezzò le parole di Margherita. Iolanda si alzò e l’abbracciò carezzandole il viso con un fazzoletto. anche lei era sconvolta, gli occhi arrossati.

«Non soddisfatti i teppisti avevano sequestrato il titolare Marco Vigevani e lo avevano trascinato a forza, tra sputi e insulti osceni, fino a piazza Sant’Ambrogio. Per quale motivo non si sa…»

«Allora?» lo pressò ancora Mari.

«Qui erano intervenuti in forze poliziotti del reparto celere dalla vicina Caserma Garibaldi: circondarono i delinquenti e liberarono il sequestrato. Nel parapiglia del corpo a corpo ci fu una sparatoria con il ferimento di un passante, grazie al cielo non in modo grave. Tutti i fermati furono caricati su blindati e camionette e portati in questura per l’identificazione, le foto segnaletiche e il rilievo delle impronte digitali. Tra loro c’era Alberto.»

Tutti si guardarono sbigottiti. Margherita singhiozzava a capo chino tra le braccia di Iolanda. Anche Emma era scossa, aveva raccolto i capelli a chignon, il viso irrigidito dallo sconcerto.

Il racconto doveva pure essere veritiero, nondimeno rimaneva incredibile. Indubitabile era la buona fede di Ezio, come quella del suo informatore del quale lui stesso aveva garantito la credibilità. D’altra parte, nessun famigliare accreditava Alberto di una simile metamorfosi: nessuna avvisaglia, nessun sospetto, nemmeno una marachella negli anni della scuola, del liceo. Neppure un’altra prova di un impegno politico estremista: mai scoperto in casa un giornale o uno stampato di quella tendenza, mai raccolta una frase equivoca nelle tante discussioni che avevano animato l’estate al mare.

Mari rifletté su quanto fosse inconsueta l’assenza del nipote alla cena della vigilia. Insieme a Iolanda gli era così affezionato, senza dubbio ricambiato. Adesso ogni ragionamento che abbozzava si dissolveva nel buio della incomprensibilità. Accarezzò nervoso il pomo d’avorio del bastone, la testa d’elefante che Michele gli aveva donato al rientro dall’Africa.

Il tramestio che proveniva dall’infilata di salotti lo distolse da ogni riflessione.

«Signorino, eravamo così preoccupati!» Ottavio trotterellava dietro ad Alberto che si avvicinava alla sala da pranzo quasi correndo.

«Perdonate, perdonate il ritardo inaccettabile» il nipote era affannato mentre baciava le zie e poi la madre «una distrazione imperdonabile…»

«Non devi spiegazioni a me o a tua madre, ma ai tuoi zii certamente sì» lo rimproverò Michele, battendo il palmo della mano sulla tavola.

Iolanda accompagnò Alberto al posto che era rimasto vuoto per tutta la cena.

«Avrai fame a quest’ora della sera» il tono affettuoso precedette una carezza «siediti caro, Ottavio e Lina si occuperanno della tua cena. Parleremo con calma…»

Mari si intenerì osservando l’affetto che Iolanda sempre esternava al nipote con piccole attenzioni, preziosi consigli, reciproche confidenze. Alberto era certo imbarazzato dal ritardo inscusabile, ma appariva brioso e splendido come mesi prima. Anzi, notò una più attenta accuratezza della persona, dell’abbigliamento: la cravatta regimental raffinata nell’accostamento alla camicia sartoriale e la giacca blu notte, fazzoletto da taschino appropriato e pantalone grigio piombo inappuntabile. Nulla di ciò gli sembrò attagliarsi alla figura di un esagitato attivista comunista, a un insorto da disordini di piazza, a un violento da vandalismi inutili e pericolosi, tantomeno a un delinquente armato di pistola. Accumulò dubbi su dubbi nei meandri di ragionamenti contradditori, nella distrazione imposta da innumerevoli divagazioni.

«Allora se non puoi giustificare il ritardo di stasera» il tono severo di Michele risuonò ancora più aggressivo «vorrai dare spiegazioni su quanto abbiamo appreso da tuo zio Ezio.»

Alberto rovesciò gli occhi al soffitto, lasciando cadere la forchetta nel piatto. Aveva addosso gli sguardi di tutti. Mari intuì che presagisse esattamente le accuse che gli sarebbero state rivolte.

Ezio ebbe la bontà di ripercorrere quanto confidatogli dal commissario di polizia, l’intera vicenda dell’assalto alla Pasticceria Vigevani e del successivo fermo in questura.

Alberto ascoltava in silenzio, a testa bassa e a braccia conserte.

«Questo sappiamo soltanto grazie alle buone relazioni di tuo zio» aggiunse Michele a conclusione dell’esposizione del cognato «ovviamente da te neppure una parola in quattro settimane.»

«Perché tacere e aggiungere dispiacere al dolore…» Margherita era di nuovo in lacrime.

«Tua madre ha ragione» le tenne dietro Emma «la mancanza di fiducia verso i tuoi genitori è anche più grave del dolore arrecato da quelle scelte politiche…»

«Mi chiedo come tu abbia potuto» Ezio ebbe una smorfia di commiserazione «diventare comunista… e che comunista!»

Alberto li osservò guardingo, nessuno dei famigliari era orientato a difenderlo.

Mari batté tre volte il bastone sul parquet.

«Perdonatemi, ma ora siete voi in errore» il piglio corrucciato rafforzò la deplorazione «state emettendo un giudizio senza avere ascoltato cosa ha da dire il nostro Alberto. Sono certo che lui abbia una spiegazione adeguata, forse difficile da accettare, ma almeno giustificabile.»

«Hai sentito?» Iolanda si rivolse al nipote con affetto «siamo pronti ad ascoltare le tue ragioni e sono certa che ne hai di valide.»

Alberto scansò i piatti che Ottavio aveva allineato per lui. Fece un lungo sospiro e incrociò le mani.

«Ho sbagliato a non parlarvene prima» la voce era tremula, incerta «ho avuto paura della vostra reazione, del giudizio che sarebbe conseguito sapendo cosa mi era accaduto quel giorno…»

«Metti da parte ogni timore» lo esortò Mari «siamo la tua famiglia…»

Michele annuì, così anche Margherita che mise via il fazzoletto per le lacrime.

«Quel venerdì di novembre ero nella Pasticceria Vigevani, ma non da solo» Alberto abbassò lo sguardo «ero con una ragazza che avevo conosciuto la settimana prima alla festa della goliardia per le matricole.»

«Anche lei comunista…» interloquì Ezio, subito raggelato dall’occhiata di richiamo di Emma.

«Non lo avrei detto zio» rispose pronto Alberto «la conoscevo appena e… ero molto interessato a lei. L’avevo invitata per un tè e stavamo adocchiando il bancone delle paste quando è scoppiato il pandemonio. Ho sentito dei botti secchi come di mortaretti e subito sono crollate a terra le vetrine in mille scaglie di cristallo. Noi non siamo stati colpiti perché eravamo dalla parte opposta. Da quei varchi e dalle porte su strada sono entrati in quindici, venti ragazzi, forse più: urlavano, spaccavano tutto a calci e pugni, due avevano dei bastoni, uno aveva una pistola in pugno. Non li avevo mai visti prima tranne un collega di corso di Sesto San Giovanni: è stato lui che ci ha detto di non avere paura, di scappare con lui e gli altri perché avrebbero voluto incendiare il locale. Perciò avevano sollevato di peso il titolare della pasticceria e lo avevano trascinato fuori.»

Alberto bevve alcuni sorsi di acqua e continuò: «Non so come né perché ma io e la ragazza abbiamo seguire la corrente di gente in fuga. All’improvviso ci siamo ritrovati circondati da poliziotti, avevano elmetti, scudi e manganelli. Le sirene delle camionette e le urla ci sfondavano i timpani. Ho preso anche una botta sulla schiena per proteggere la ragazza che urlava per paura. Ci hanno caricato sugli automezzi e ci hanno portato in questura.»

«E lì che è successo?» domandò Mari.

«Ci hanno incolonnato dove c’erano già altri gruppi di fermati. Ne arrivavano in continuazione, poi hanno separato uomini e donne. Uno ad uno ci hanno identificato, scattato le foto segnaletiche e rilevato le impronte. Spintoni e grida, minacce e insulti erano il metodo che hanno utilizzato con noi. Abbiamo atteso ore e ore al freddo in stanzoni con le sbarre alle finestre. Il mio collega di università si disse convinto che presto ci avrebbero rilasciati tutti, senza fare distinzioni.»

«Così è stato a notte fonda…» Mari ribatté il bastone «immagino che sia stato peggio di un incubo.»

«Fino ad allora sì» Alberto si passò la mano sui capelli e sulla fronte «nei giorni seguenti è iniziato qualcosa di strano, se non di peggio. Mi sono accorto che ero controllato, spiato. Dovunque andassi, all’università o al solito ritrovo con gli amici: c’era sempre qualche tizio con cappello e impermeabile che seguiva me e chi era con me. Ho avuto paura di essere coinvolto in chissà quali macchinazioni.»

«Non mi meraviglia affatto» affermò Ezio «per la polizia eri stato un fermato nel corso di disordini di piazza molto gravi, un’insurrezione popolare.»

«Comprendo le esigenze di polizia» lo interruppe Mari «ma questi sono metodi da sbirraglia. Se ci fossero state responsabilità precise andavano contestate e le indagini poste secondo i principi di legalità…»

«Perciò avevo e ho paura. Ho preferito non dire nulla ai miei genitori» ammise Alberto «ho pensato che prima o poi avrebbero smesso di interessarsi a me. Non ne avevano motivo… e continuavano a non averlo.»

Margherita alzò lo sguardo verso il figlio, gli occhi umidi di amore materno.

«Quindi, tu non saresti comunista…»

Alberto si alzò e corse ad abbracciarla.

«Certo che no, mamma» il ragazzo rideva per la gioia «sai bene che le mie simpatie sono per il partito socialista: ti ho detto che voglio iscrivermi appena mi sarà possibile.»

Michele li guardò torvo, poi scoppiò a ridere. Gli altri lo imitarono e a lungo.

Ottavio e Lina portarono in tavola un grande panettone, la cui bontà rallegrò ancora di più tutti i famigliari.