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La vigilia di Natale del 1949

Roma, sabato 24 dicembre 1949.

«Che veduta magnifica!» Luigi Mari strinse a sé Iolanda «ancora così splendente, quasi al tramonto…»

«È perfino troppo tiepido per la vigilia di Natale» sussurrò lei all’orecchio del marito.

Davanti all’Obelisco Sallustiano le viste infinite sui tetti e le cupole di Roma dalla sommità di Trinità dei Monti avrebbero emozionato chiunque, forestieri e cittadini, viaggiatori colti e abitanti noncuranti.

«Saremo puntualissimi» Mari le sfiorò la guancia con un bacio fuggevole.

Finora avevano impiegato pochi minuti dalla casa di via Lombardia, adesso scesa la scalinata verso piazza di Spagna sarebbero giunti da Babingtons, la sala da tè con vista sulla fontana della Barcaccia.

Era stata un’idea dell’amico Lapo Cardelli: trascorrere il pomeriggio della Vigilia lontano dai preparativi del cenone di Natale, combinare un’ultima occasione di acquisto di regali con una buona tazza di tè prima della veglia serale. 

Mari lo aveva conosciuto a Modena nel ’26, entrambi nel 102° corso della Regia accademia di fanteria e cavalleria. Avevano trascorso insieme tutto il periodo di studi militari. Insieme organizzavano le gite musicali al teatro alla Scala, sempre pronti ad animare il dopoteatro con solide cene e rumorose bevute. Negli anni successivi avevano continuato a frequentarsi.

Memorabile era stata la festa data dai conti Cardelli nel palazzo di famiglia a Roma quando Lapo nel maggio del ’30 era partito per la Cirenaica italiana, destinato a Bengasi. I quotidiani romani ne avevano riempito la cronaca rosa per alcuni giorni.

Lapo era ritornato dodici anni dopo, nel mezzo della guerra. Si incontrarono per caso a palazzo Baracchini, negli uffici dello stato maggiore. Mari rientrava da Berlino per qualche giorno di licenza, l’amico lavorava allora al coordinamento delle truppe coloniali con il ministero dell’Africa italiana. Riuscirono a cenare da soli una sera e Lapo aveva raccontato di quanto fosse stato disagevole il periodo trascorso a Bengasi a causa dei forti contrasti con il generale Graziani. L’arrivo di Italo Balbo come governatore nel ’34 era stata un’ottima opportunità per farsi trasferire a Tripoli. Ne era nata una collaborazione positiva e un saldo sodalizio per affinità ideali e culturali. La tragica morte di Balbo, purtroppo, aveva segnato per lui la fine di una speranza di cambiamento non solo in Libia, ma anche in Italia.

Mari aveva compreso già allora quali sentimenti antifascisti nutrisse il compagno d’accademia. Non si meravigliò affatto nel trovarlo a una prima riunione informale di ufficiali superiori subito dopo il Gran consiglio del 25 luglio ’43. Poi Lapo era stato estremamente utile e attivo nelle attività del Fronte militare clandestino. Durante l’occupazione di Roma, palazzo Cardelli era stato per mesi un rifugio sicuro e una base logistica importante. Le buone relazioni della sua famiglia con alcuni ordini religiosi avevano favorito lo schiudersi delle porte di chiese e conventi per chi fuggiva dai nazisti e dalla polizia fascista.

Per alcuni anni non si erano più rivisti a causa dell’interminabile peregrinare di Mari tra ospedali e cliniche per curarsi le ferite infertegli dai nazisti nell’agguato del marzo del ’44. Inoltre, Lapo si era congedato, come molti altri, volontariamente dall’esercito dopo il referendum del giugno ’46 per dedicarsi agli affari di famiglia. Sempre però si erano scambiati biglietti di auguri per Natale e qualche cartolina con poche righe di convenevoli.

Si erano rivisti alcuni mesi prima in Toscana nella tenuta di caccia di Lapo. Mari era stato felice di abbracciarlo. Lo era ogni volta che incontrava i commilitoni e chiunque avesse collaborato con lui nel Fronte militare clandestino contro i nazisti. Sempre si sentiva avvolgere dall’emozione, quasi tremava, si commuoveva, le parole gli venivano meno. Ritrovarsi ancora vivi causava un impulso invincibile da ogni altra volontà.

Trovò Lapo ben più magro di quanto lui ricordasse. Le lunghe braccia e la giacca troppo larga sottolineavano la corporatura asciutta. Sorrideva con tutte le pieghe del viso. Le spruzzate di grigio sulla barba corta e sulle tempie lo invecchiavano: entrambi avevano quarantacinque anni, ma sarebbe stato difficile riconoscerlo. Lapo gli aveva spiegato di essere in cura da anni all’Istituto per le malattie coloniali, ma purtroppo i medici non riuscivano a individuare quale infezione avesse contratto in Cirenaica.

Si erano ripromessi di rivedersi presto a Roma e incontrarsi anche con le mogli. Qualche settimana dopo l’occasione fortuita del nuovo incontro era stato il ricevimento per la festa dell’Indipendenza offerto dall’ambasciatore statunitense James Clement Dunn. Una vena di simpatia immediata aveva coinvolto anche le loro mogli.

Lucy Kendall Cardelli americana, ereditiera di una fortuna composita, appassionata d’arte antica aveva conosciuto suo marito, più grande di otto anni, a una festa a Roma dove lei a metà degli anni ’30 aveva studiato per due semestri archeologia. Avevano vissuto a Tripoli fino all’inizio della guerra quando lei, d’accordo con Lapo e in attesa di migliori eventi, aveva preferito trasferirsi in una villa di famiglia pieds dans l’eau a Vevey sul lago di Ginevra.

Sin da quel primo incontro lei e Iolanda avevano scoperto la comune passione per l’eleganza femminile. Chiacchierare di moda europea le aveva impegnate per tutta la serata e Lucy era stata molto incuriosita dalle attività della nuova amica, dal suo atelier poco distante dall’ambasciata degli Stati Uniti, dalla creatività costruita con sacrificio e personali travagli.

«In perfetta coincidenza! Eccoci tutti qui…» dietro di lui sovraccaricato di pacchetti scendeva gli ultimi gradini Lucy.

Mari varcò il portone su piazza di Spagna e stava per sospingere la porta a vetri della sala da tè quando la voce di Lapo lo sorprese dallo scalone del palazzo:

«Una visita dai Petochi è un must per Natale» disse con un sorriso deliziato anche da qualche prezioso acquisto nella gioielleria tra le più amate dai reali di mezza Europa.

Iolanda notò la raffinatezza dell’amica nella scelta dell’abito da pomeriggio color pesca, ammirò l’inconfondibile stile delle Sorelle Fontana e anche la pelliccia di visone selvaggio poggiata sulle spalle di lei.

La prima sala era già affollata e la cameriera in divisa nera, grembiule e crestina bianchi li accompagnò tra i tavolini nella seconda sala e poi oltre fino al tavolo loro riservato nel ridotto, vicino al camino.

«Gli addobbi natalizi migliorano questo locale» sussurrò Lucy aprendo il menu «più colore, più allegria.»

«Altrimenti sembrerebbe troppo british» aggiunse Lapo «ma adoro la loro pasticceria, è superlativa.»

«Questo ci interessa molto e confermo il tuo giudizio» Mari seguiva attento il viavai dei vassoi di leccornie «con il tè vi raccomanderei scones caldi con burro. marmellata di fragole e panna fresca montata…»

«Perché non una delle torte esposte nelle vetrine?» lo interruppe Iolanda «hanno un ottimo aspetto…».

«Un vero peccato di gola e poi stasera la cena sarà più tardi» sospirò Lucy «voi andrete alla messa di mezzanotte?»

Il sopraggiungere della cameriera interruppe la conversazione. Infine, la scelta di ciascuno fu per una fetta di torta e per tutti tè Earl Grey Imperial.

«Noi andremo a Santa Maria in Vallicella» riprese Lucy «è la nostra parrocchia. E voi?»

Iolanda indugiò, lo sguardo rivolto al marito per una risposta che era certa le avrebbe creato disagio quanto la domanda insistente.

«Non credo che stasera o domani noi parteciperemo a funzioni religiose» la replica di Mari fu ferma «non è questione di essere credenti o meno, ne siamo convinti…»   

«Davvero?» Lucy era confusa «io credevo che qui tutti…»

«Ma non è come pensi» la interruppe Lapo «Luigi e Iolanda avranno buone ragioni per la loro decisione. A ogni modo saresti in errore se ritenessi che a Roma vi siano soltanto cattolici osservanti e praticanti.»

«Perbacco! Lo si dovrebbe ricordare anche quando si suonano le campane come stamane…» alla battuta di Mari tutti risero.

«Da ieri sera e ancora stamattina i campanili dell’intera città hanno suonato pressoché di continuo» continuò lui accalorato «uno scampanio orecchiabile per qualche istante è diventato un supplizio per tutto il giorno. Insopportabile suonare le campane a distesa, seppure per giubilo.»

«Ma oggi era l’inizio del primo Anno Santo dopo la guerra» Lucy seguitava a stupirsi «è stato l’annuncio di una festa per tutta l’umanità: cosa ci sarebbe di strano?»  

Iolanda si scostò per consentire alle cameriere di disporre sulla tavola sia le teiere e gli altri ammennicoli, sia le porzioni di torte, due millefoglie alla crema chantilly e due torte al cioccolato farcite di amarene e prugne con panna montata.

«Ora, alla vista di queste squisitezze, avverto i campanelli del buon umore» scherzò ancora Mari, mentre Iolanda si occupava di versargli il tè come a lui piaceva, impallidito da due gocce di latte e con una zolletta di zucchero.

«Perdonami la curiosità, amico mio» disse Lapo sottovoce «conoscendoti da tanti anni so che sei di solito tollerante, sempre disponibile per conformazione culturale al dialogo ragionato: stavolta invece ho impressione che tu sia più che altro irritato e le ragioni mi restano oscure…»

Mari lo fissò, lo sguardo provato dal dissolvimento dell’incantesimo di piacevolezza pastosa del suo millefoglie.

«Non sono convinto che ti farebbe piacere conoscerle…»  ribatté distratto ancora dalla densità perfetta della crema fra le lamelle di pasta sfoglia.

«Non importa! Sono abituato ai tuoi exploit intellettuali» Lapo ammiccò al riparo della tazza di tè «come l’ultima volta alla festa dell’Indipendenza, il quattro luglio…»

«Sarebbe a dire?» Lucy si girò imbronciata verso il marito «non so nulla delle vostre discussioni dopocena al fumoir.»

 «Niente di importante, stai tranquilla» Iolanda ricordava bene l’inquietudine di Mari nei commenti a quella serata conviviale «soltanto divergenze di visioni politiche, anzi di relazioni internazionali…»

«Spero niente di sconveniente per il mio amico ambasciatore?» l’agitazione colorò il viso di Lucy.

«Nient’affatto!» Lapo le fermò la mano nervosa sulla tovaglia «tanto meno nulla di irriguardoso verso il signor Dunn…»

«È stata notata la mia critica al pragmatismo del sistema americano» Mari sorseggiò lentamente il suo tè «beninteso un giudizio espresso in raffronto alla millenaria stratificazione culturale presente in Europa. Una ragionata critica al vostro principio di massimizzazione della ricchezza come assioma fondamentale della società moderna…»

«E gli altri commensali hanno tacciato le sue osservazioni di estremismo» Lapo abbassò la voce, le parole divennero quasi impercettibili «sono convinto che lo abbiano ritenuto un radicale di sinistra, non un comunista quanto piuttosto un intellettuale socialistoide …»

La risata di Iolanda fu incontenibile.

«Questa è la storiella più divertente che abbia sentito su mio marito» il moto lacrimoso del riso convulso spezzava le sue parole «addirittura un pregiudizio così grave, una bollatura di inaffidabilità… addirittura di pericolosità. Non posso crederlo!»

«Non mi è tutto chiaro, meglio così» il candore di Lucy traspariva dal tono già rasserenato «quindi niente di personale, meglio così.»

«Sappiate comunque che gli echi di quella conversazione sono giunti in mezza Europa» Mari si appoggiò incupito allo schienale e si voltò verso le comitive festose ai tavoli visibili dal ridotto.

La premura della cameriera lo distolse dal dare seguito alla cascata dei ragionamenti intrapresi: la proposta di servire altre due teiere con pasticceria natalizia fu accolta senza esitazioni.

«Non immaginavo tanta risonanza» gli mormorò Lapo profittando della distrazione delle mogli in altre chiacchiere.

«Te ne parlerò con calma» Mari strizzò le palpebre «appena possibile…»

«Mi hai incuriosito ancora una volta» Lapo gli batté la mano sulla spalla «da commilitone anziano in cambio della mia paziente attesa pretendo che mi spieghi almeno il perché di questa irritazione per l’avvio dell’Anno Santo…»

«Oh sì, Luigi» Lucy s’appuntò a braccia conserte sulla tavola «prometto di non scandalizzarmi qualsiasi cosa dirai.»

«Non esserne certa, Lucy!» Iolanda batté le mani sui braccioli della sedia «non sai di quali maligne congetture quest’uomo sia capace. Pericolo in vista…»

Tutti risero nuovamente, Mari più degli altri.

«Vista l’insistenza accontenterò ogni curiosità.»

Iolanda versò altro tè a tutti e Lucy la imitò con zucchero e latte.

«Non sono contrariato dall’evento religioso dell’Anno Santo. Come potrei contraddire il mio animo laico e liberale?» Luigi inarcò le sopracciglia, il volto teso nella ponderazione delle parole «difendo sempre la libertà religiosa, la pratica del culto, il rispetto di qualsiasi fede. Rispetto le decine di migliaia di fedeli accorsi da tutto il mondo per l’apertura delle porte sante a Roma, al soglio di San Pietro. Stimo i tanti religiosi, preti e suore, frati e monaci, che si prodigano per alleviare le sofferenze di tanti poveri cristi… ne ho visti parecchi dedicarsi allo stremo nelle campagne di guerra, durante l’occupazione di Roma…»

«Si è fatto tanto con loro» Lapo chinò la testa, tormentando le mani intrecciate «contro il nazifascismo, maledetta barbaria assassina… quanti innocenti sono stati salvati in chiese e conventi.»

«E anche voi avete fatto la vostra parte, con onore e sacrificio» borbottò Iolanda.

«Proprio per il rispetto dovuto a tutti costoro, per il valore che riconosco a qualsiasi fede religiosa rifiuto le parole di Pio XII, il suo discorso oscurantista di ieri e i gesti di oggi…»

«Cosa mai avrebbe detto il pontefice?» Lucy aggrottò la fronte «sta predicando soltanto per la pace, per ritrovare la pace.»

Mari reagì con un’occhiata beffarda e poi compassionevole, con un sorriso forzato.

«Nient’affatto! Ieri ha pronunciato il discorso più restauratore di sempre!» alla durezza delle parole corrispondeva lo sguardo alterato «ha disconosciuto secoli di evoluzione del pensiero moderno, di scoperte scientifiche inconfutabili, di affrancamento di strati sempre più larghi della popolazione umana dall’assolutismo e da soggezioni di qualsiasi genere.»

«Ma cosa mai avrebbe detto?» domandò Lapo.

«Ti basti sapere che ha accusato il mondo moderno di avere tentato di scuotere il soave giogo di Dio» Mari allargò le braccia, irrigiditi i muscoli del volto «lo riporto testuale, non sto scherzando. L’umanità degli ultimi due secoli sarebbe colpevole di questa prometeica ribellione e senza nessun positivo risultato. Si sono travisati secondo papa Pacelli i disegni di Dio: perciò hanno fallito sia il liberismo economico che gli stati totalitari, riferimento preciso al comunismo, sebbene senza nominarlo espressamente.»

«Ma lui combatte il comunismo…» Lucy si allungò verso il marito «almeno questo dovreste riconoscerglielo.»

«Senza dubbio!»  la rintuzzò Mari «anche se avrei preferito che avesse manifestato uguale e più forte avversione verso il fascismo e il nazismo. Avrebbe dovuto esercitare ben altra autorità sui vescovi tedeschi e italiani…»

«Dalla cattedra di San Pietro non poteva non vedere, non sapere, non capire» ribadì Iolanda.

«Non era possibile aspettarsi di più da chi come segretario di Stato della Santa Sede era stato perfino sordo alle proteste del suo predecessore, Pio XI» Mari allargò le braccia e le fece ricadere pesantemente sulla tavola «è attendibile la voce che il pontefice fu colto da morte improvvisa alla vigilia di una pubblica condanna del fascismo e del nazismo. La lettera pastorale era già in stampa nella tipografia vaticana. La Curia ai più alti livelli distrusse ogni documento, le minute, i fascicoli preparatori: tutto per disposizione del cardinal Pacelli e dei suoi fidati monsignori, Montini e Confalonieri…»  

«Montini?» Lucy lo guardò sbigottita «il monsignor Montini pro-segretario di Stato?»

Mari annuì, poi chiuse gli occhi scrollando il capo.

Lapo frugò nelle tasche della giacca, trovò la scatola di sigaretti e ne accese uno, che subito sparse un delicato aroma tutt’intorno.

«Però la concezione della Chiesa su liberismo e comunismo non è certo una novità!» brontolò soffiando il fumo verso il soffitto «continuo a non comprendere la tua irritazione…»

«Ieri Papa Pacelli ha detto di peggio!» Mari strinse le braccia al petto, lo sguardo pietrificato dal raccapriccio intellettuale «ha affermato che l’Anno Santo rappresenta una tregua di dio per l’umanità che deve profittarne per riparare ai propri peccati. Guai a chi non la rispettasse perché la giusta ira di dio – così recita l’anatema – lo colpirà con l’immancabile esecrazione di tutta l’umanità.»

Mari tacque e fissò Lapo, poi Lucy. Iolanda gli sorrise, fidando di consolarne l’indignazione.

«Non sarà così, vedrete…» aggiunse in tono scherzoso «riceveremo tutti la nostra indulgenza plenaria. Grazie al cielo siamo fortunati perché al giorno d’oggi è sufficiente mettersi all’ascolto delle parole sante via radio…»

«E non è una cosa buona? Fra qualche tempo sarà possibile anche con la televisione…» aggiunse Lucy, suscitando il sorriso divertito di tutti.

«La giustizia divina imita l’amministrazione di quella terrena con amnistie e indulti e anche con le radiocronache» Lapo rise spegnendo il mezzo sigaretto rimasto.

«Sarebbe più corretto definirla giustizia dei preti» chiosò Mari benevolo «indulgenze e reliquie hanno fatto la storia delle religioni al pari dei giudizi farisaici sulle opere di bene e su quelle peccaminose, di miserevoli falsità. A proposito sapete che il primo Anno Santo non fu concepito da una felice ispirazione di Bonifacio VIII? Che non vi fu alcuna illuminazione divina?»

«Luigi, ti prego» Iolanda posò la mano su quella del marito «non vorrai annoiare i nostri amici con questa storia?»

«Eh no! Ora mi avete incuriosito tutti e due…» si accalorò Lucy.

«Sono eccezionalmente d’accordo con mia moglie» Lapo rise ancora, con foga fino a scatenare colpi di tosse catarrosi.

«Fu il giorno di Natale del 1299 che folle di fedeli a centinaia, a migliaia si riversarono nella basilica di San Pietro, stringendosi in preghiere e canti intorno all’altare: tutti erano convinti che con questi gesti di sottomissione avrebbero espiato i propri peccati ottenendo la perdonanza divina. Non fu un moto collettivo spontaneo, bensì il ripetersi di una tradizione popolare consolidata nei secoli e dalla motivazione scaramantica…»

Mari si interruppe, lo sguardo acuto che domandava agli amici di trovare la vera spiegazione di quella circostanza. Dopo istanti silenti Iolanda gli rivolse una smorfia di richiamo.

«Ci sono!» Lapo batté la mano sul tavolo «a quel tempo il Natale coincideva con il primo giorno dell’anno! Il calendario gregoriano era di là da venire…»

«E fu solo alla fine del ‘600 che il Capodanno si iniziò a festeggiare il primo gennaio» proseguì Mari «dunque secondo il computo ecclesiastico quel Natale del 1299 era in effetti il Capodanno del 1300, il primo anno del secolo. Quanto avvenne si era già verificato anche nel 1100 e nel 1200, e anche nell’anno 1000…»

«Davvero?» lo sguardo perplesso di Lucy divenne più liquido.

«L’auspicio di un nuovo anno senza guerre e pestilenze si associava alla magia della cancellazione delle proprie colpe nel primo giorno di un nuovo secolo» insisté Lapo soddisfatto «dunque quel millenarismo si ritrova anche nel primo Anno Santo.»

«Di più, amico mio!» lo provocò Mari, nello sguardo l’elettrica eccitazione del cultore di storia «il papa, Bonifacio VIII, fu preso alla sprovvista da quegli stessi eventi di credulità religiosa. A fronte del quotidiano susseguirsi di processioni cantilenanti e di ritualità di dubbia ortodossia la curia suggerì al pontefice di correre ai ripari. Perciò soltanto alla fine di febbraio lui promulgò la bolla “Antiquorum habet fida relatio” per indire il primo giubileo, quello stesso iniziato di fatto due mesi prima.»

«Incredibile!» la voce estenuata di Lucy giunse in un soffio «perché si ignora tutto questo?»

«Per gli stessi motivi denunciati da Nietzsche: Gott ist tot! Gott bleibt tot! Und wir haben ihn getötet! …»

«Perdonatemi, non comprendo questa lingua…» Lucy chinò il capo «mi sembra sia tedesco…»

«No cara, è colpa di mio marito» Iolanda si accostò all’amica «lui si fa prendere la mano dai suoi ragionamenti e trascura la pazienza di chi lo ascolta. Comunque, la traduzione è elementare: dio è morto! dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!»

Mari fece spallucce consapevole del proprio eccesso di foga e per nulla pentito.

«È la religione travisata, manipolata, adulterata, contaminata, guastata, corrotta, rovinata quella che ha ucciso il divino, che ha ucciso dio» Mari tamburellò sulla tavola la cadenza di ogni parola.»

«Una saggia riflessione, amico mio» Lapo gli batté la mano sulla spalla come tante volte era accaduto tra allievi in accademia.

«Per questo mi ha irritato ieri il discorso di papa Pacelli: ancora una volta la fede dei buoni, dei pii, degli ultimi, dei semplici turlupinata dall’esigenza di ristabilire l’ordine che si pretende divino, quello delle gerarchie ecclesiastiche, delle contiguità politiche del momento, perfino di interessi economici e finanziari…»

I coniugi Cardelli scambiarono un’occhiata turbata, velata di dispiacere, evocatrice di preoccupazioni opprimenti.

«Ho detto qualcos’altro di sconveniente?» si allarmò Mari.

Lapo respirò profondo, le labbra strette su un mugugno silenzioso.

«Mi tieni sulle spine» lo pressò Mari «forse ti impensierisce qualcosa che non conosco? Sai che puoi confidarti con un vecchio commilitone meglio che con chiunque…»

«Cosa ti dicevo in questi giorni, Lapo?» Lucy era tesa, le mani tormentate in una stretta irrequieta «devi pur confidarti con qualcuno di cui ti fidi… hai iniziato a schivare tutti, i tuoi amministratori, avvocati, consulenti.»

Lapo accese un sigaretto, le dita tremolanti e lo sguardo fisso nella fiamma dell’accendino d’oro.    

«È giusto che te ne parli» si rivolse a Mari soffiando sghembe volute di fumo «è una faccenda molto complessa, più o meno un rompicapo… e io diffido di tutti coloro potrebbero essere in mala fede o addirittura prezzolati.»

«Quando vorrai, amico mio» Mari ricambiò il gesto affettuoso della battuta di mano sulla spalla «mi dovrò preoccupare per te a Natale e nei giorni a venire? Se mi concedessi un accenno…»

«Ti dirò solo un nome!» gli sussurrò all’orecchio «Eugenio Gualdi. Lo conosci? Sai chi è?»

«Diamine, l’anima oscura della Società Generale Immobiliare…» Mari si addossò allo schienale sospinto da uno spiacevole balenio di memorie.

«E del reticolo di banche e compagnie di assicurazioni che s’incrociano tutt’attorno…» sibilò Lapo.

«Con gli interessi del Vaticano, tra i principali azionisti assieme a nomi impresentabili del vecchio regime» Mari avvertì un fosco disgusto «del resto anche Gualdi era vicinissimo a Mussolini…»

Iolanda si sporse al centro della tavola, l’espressione rattristata di chi si assume un compito sgradito.

«È un vero peccato mortale interrompervi» bisbigliò con moina più che per opportunità «non ci siamo accorti che siamo rimasti i soli clienti della sala da tè…»

Come automi radiocomandati gli altri si voltarono verso i tavoli e la sala in vista oltre il ristretto, increduli della solitudine tutt’intorno. Dismessi grembiule e crestina una cameriera panciuta riapparecchiava bricchi e tazze da un vassoio vacillante tra le braccia. Si accorse di essere osservata e sparì.  

«I signori desiderano pagare?» la cameriera che li aveva accolti e serviti si avvicinò a passo svelto «stasera la chiusura era anticipata… è una serata speciale e domani saremo aperti… è la prima volta per il giorno di Natale, è per via del giubileo.»

«Non si deve scusare, signorina» Mari afferrò per primo il foglietto battendo la mossa di Lapo «eravamo distratti e non ci siamo accorti di essere rimasti ultimi.»

Lapo aiutò Lucy a indossare la pelliccia, Mari fece altrettanto con la mantella nera di Iolanda.

Uscirono e si salutarono con affettuosità e l’impegno di rivedersi prima della fine dell’anno.

La città era già deserta. Un filobus sfrecciò vuoto piazza di Spagna. I negozi avevano le saracinesche abbassate in anticipo rispetto ai normali orari, qua e là rimanevano vetrine illuminate su lividi manichini. Comitive sparute di pellegrini si affrettavano a raggiungere alberghi e pensioni sciamando da un marciapiede all’altro.

Mari prese sottobraccio Iolanda e in silenzio salirono la scalinata di Trinità dei Monti.

Dalla sommità la veduta serale si distendeva tra sagome scure di cupole e altane a vegliare su onde incrociate di tetti. Bagliori più o meno luminosi sigillavano le tracce geometriche di vie e piazze fino a oltre Tevere.

A ogni scalino i ragionamenti di Mari divennero più tumultuosi: si infiltravano l’uno sull’altro, si dimenavano tra le angustie di memorie dolorose e ire mai sopite, si innalzavano a convincimenti compiuti che però cadevano in un lampo nel gorgo dell’inconscio e vi scomparivano.

Lui tentò di intuire quale preoccupazione tormentasse Lapo Cardelli: doveva concernere il suo cospicuo patrimonio di stabili locati, di vasti possedimenti nell’agro romano, alcuni a ridosso di quartieri umbertini, di innumerevoli poderi nell’ Alto Lazio e nel Senese, sovente improduttivi se non addirittura in costante passivo. Trovò verosimile immaginare l’amministrazione difficoltosa di quelle rendite, mai certe considerato il periodo economico. Soprattutto quel patrimonio fondiario e immobiliare costituiva allo stesso tempo una ricchezza facile da condizionare, debole da proteggere, attraente per le mire di predatori voraci: in prima fila la speculazione edilizia, spalleggiata da intrecci spregiudicati con istituti di credito, poi cartelli e conventicole affaristiche, forti di perversi connubi con fazioni politiche e amministrazione pubblica corruttibile, per non dire della risorgenti anime nere del passato regime e degli innominabili interessi che vi avevano prosperato.

Perciò il nome di Eugenio Gualdi lo agghiacciava: fascista della prima ora o quasi, promotore di inimmaginabili astuzie affaristiche utili al regime, persino nelle colonie dell’Italietta imperiale, tessitore di intrighi bancari favoriti dall’ombrello protettivo della Banca Commerciale Italiana, consigliere assiduo del dittatore fascista tanto da potere accedere per un ingresso riservato a qualsiasi ora a Palazzo Venezia, avversato senza concreto successo dal professor Beneduce, deus ex machina dell’economia del ventennio. Una presenza la sua che confermava a Mari la fondatezza delle proprie crescenti apprensioni per le mancate epurazioni, per le facili amnistie, per le ingiuste riabilitazioni, per le sfacciate permanenze di cui beneficiavano i fascisti negli apparati dello stato, dalla magistratura alle più importanti entità economiche e amministrative. 

 Uguale agitazione gli suscitava considerare la presenza della potente Società Generale Immobiliare, quale influente ruolo avesse uno dei principali azionisti ovvero la Segreteria di Stato vaticana dalla quale dipendevano ad ogni buon conto le decisioni di politica finanziaria degli immensi flussi di ricchezza che vi transitavano al riparo delle impenetrabili mura leonine. Eppure, Eugenio Gualdi era l’anima nera operativa di quest’impresa gigantesca, anzi a breve sarebbe salito a ruoli ancora più importanti, come gli aveva profetizzato il professor Mancini, suo agente di cambio da tanti anni,.

La stretta al braccio di Iolanda lo scosse dal turbinio di riflessioni.

«Ricordi che stasera è la Vigilia di Natale?» lei gli appoggiò la guancia sulla spalla «sai che arriveranno a cena tuo fratello, tua cognata e i nipoti?»

Mari s’arrestò, lo sguardo immobile su Iolanda mentre si dissolveva la distrazione. La luce incerta del lampione si rifletteva negli occhi profondi di lei, sui capelli mossi, sul viso arrossito dalla frescura della sera. L’attrasse a sé e la baciò, lei ricambiò con passione.

Si incamminarono più spediti. Da ogni dove le campane di Roma iniziarono a suonare a distesa con rintocchi rapidi: una mescolanza di note gravi e acute, di voci e timbri tra i più disparati accompagnava i loro passi con cento echi e richiami, rimbombando in un unico frastuono prepotente.   

«Una persecuzione, ecco cos’è!» Mari allargò le braccia esasperato «un supplizio a qualsiasi ora del giorno. Sarà così per tutto l’anno?»

Iolanda rise e infilò la chiave nel portone.

Filippo Iannarone

30 Dicembre 2019 – Tutti i diritti riservati – ©