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La vigilia di Natale del 1948

Un piccolo regalo per chi segue le mie pagine: un racconto breve sulla vigilia di Natale 1948 vissuta dal colonnello Luigi Mari e sua moglie Iolanda, protagonisti del romanzo Il complotto Toscanini.
Il libro sarà in libreria il 6 febbraio 2018 pubblicato da Piemme Gruppo Mondadori.

La vigilia di Natale del 1948

Al primo trillo del campanello Luigi Mari interruppe la lettura e capovolse il libro di Johan Huizinga con le pagine aperte sulla scrivania. Guardò la pendola sullo scaffale accanto alla finestra dello studio mentre il secondo trillo risuonava dall’atrio di casa su per il corridoio.
Il giovane Morvillo era in anticipo sull’appuntamento fissato, di almeno una mezzora.
La voce di Annina gli giunse ovattata. Immaginò il suo solito borbottìo, niente affatto cortese, dacché non tollerava interruzioni quando era indaffarata a cucinare. Dopo pochi istanti la sentì bussare alla porta.
«Signor colonnello, è arrivato il figlio della Piera. Lo faccio attendere da me in cucina?»
«È arrivato prima del previsto. Sì, dite di attendermi. Mi occorre qualche minuto.»

Luigi prediligeva la puntualità, per educazione familiare e per abitudine militare. Provava sempre un pungente fastidio quando si trovava stretto tra la volontà del rispetto di orari stabiliti e il desiderio di essere condiscendente.
Quell’appuntamento lo avrebbe impegnato per il restante pomeriggio della vigilia di Natale.

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Al mattino aveva partecipato al tradizionale “caffè degli auguri” con le lavoranti della sartoria.
Uscendo dall’ascensore Iolanda lo aveva preso sottobraccio. «Ti volevo chiedere un piccolo favore» aveva iniziato sottovoce. «La Morvillo mi ha chiesto se puoi scambiare qualche parola con Domenico. Ha ricevuto la cartolina precetto e deve partire la prossima settimana per il corso addestramento reclute a Treviso.»
Iolanda gli si era stretta al braccio mentre avevano attraversato il cortile verso l’ingresso principale dell’atelier. Luigi non aveva avuto il tempo di risponderle perché alcune dipendenti sorridenti e festose si erano affacciate dalla porta a vetri.
La scritta “Buone Feste” in porporina dorata e una miriade di batuffoli di ovatta di cotone fissati tutt’intorno a imitazione di fiocchi di neve lo avevano divertito: era evidente la discordanza con il mite clima di Roma negli ultimi giorni, mentre nebbie ispessite dal gelo dilagavano soltanto al nord.
Tutto il personale aveva accolto lui e Iolanda nel salone d’ingresso: le cucitrici, le ricamatrici, le stiratrici, la Vera responsabile dell’amministrazione e la Gina del magazzino, le assistenti della sala prove, all’occorrenza anche modelle per le sfilate riservate alle clienti più esigenti.
La spensierata confusione concessa dalla chiusura al pubblico aveva avuto al centro un alto albero di Natale, con il puntale argenteo che quasi toccava il soffitto, inghirlandato con nastri e fiocchi in bleu royal e addobbato di angioletti cerati.

Luigi Mari si era appoggiato al bastone per goderne meglio l’incanto.

Fin da bambino l’albero di Natale caricava su di lui un’attrazione irresistibile, magnetica.
Nella casa paterna guardarlo all’insù lo aveva sempre ammutolito, concentrato com’era a distinguere le figurine sui rami e a distinguere gli intrecci delle ghirlande fino alla brillante stella cometa, segno dell’approssimarsi della nascita santa.

Un’emozione del tutto simile ora lo aveva spinto a ricordare ancora una volta come le becerate del fascismo si fossero accanite perfino contro la consuetudine familiare dell’albero di Natale. La propaganda del regime era stata prodiga di accuse di ogni genere: un simbolo borghese da rinnegare; un esempio di tradizioni straniere, e perciò barbare, da dimenticare; un emblema dell’attacco spudorato alle politiche forestali del duce. Addirittura coloro che ancora resistevano clandestinamente a commerciare gli alberelli di abete o anche solamente i loro ramoscelli per ghirlande e addobbi dovevano essere additati come attentatori della dottrina fascista, e così pure i malaccorti acquirenti.
«Tutti disfattisti coloro che si dedicano all’albero di Natale» aveva tuonato nel ’38 – o forse era il ’39, Luigi non ne aveva un ricordo preciso – il segretario del partito fascista Achille Starace, impegnato di continuo a offrire argomenti di impatto politico di così vitale importanza da meritarsi tra i suoi stessi camerati sonanti derisioni e persino il nomignolo di “Claretto”.

Alla base dell’albero su uno strato di muschio era stato collocato il presepe. L’aveva acquistato con Iolanda l’anno precedente a San Gregorio Armeno durante una gita a Napoli. Erano sette belle statuine di Maria, Giuseppe, l’asino, il bue e la culla mangiatoia, vuota perché il bambino Gesù non poteva esservi ancora deposto per il rispetto della liturgia della notte santaracconto-natale-filippo-iannarone
Lo avrebbe fatto Iolanda all’indomani, prima del pranzo natalizio. Gloria in excelsis deo erano le parole dell’inno angelico iscritte nel vessillo tra le braccia della settima statuina, quella dell’angelo annunciatore, che sospeso alla prima corona di rami dell’albero dominava l’intero presepe.
«Colonnello venga, senta che squisitezza il mio caffè, tostato alla napoletana» Carmelina, la ricamatrice di Fuorigrotta, lo aveva distolto dalle sue distrazioni. Aveva indicato una tazzina fumante e un vassoietto di biscotti preparati sul tavolino accanto ai divani verde bosco davanti all’entrata della sala mostra, quella degli specchi come Luigi preferiva chiamarla. «La ringrazio, lei è sempre premurosa» le aveva sorriso Mari. Si era seduto, aveva posato il bastone e aveva centellinato l’aroma e il gusto forte di quel caffè. Anche i biscotti, lingue di gatto e amaretti con ciliegie candite, erano fragranti come se fossero stati appena sfornati.
Le ragazze – così le indicavano affettuosamente in casa – erano state tutte intorno a Iolanda per raccontarle come avrebbero trascorso i due giorni di Natale e Santo Stefano: chi sarebbe stata invitata dai futuri suoceri e chi avrebbe ospitato la famiglia del marito, chi si sarebbe commossa ad ascoltare le letterine dei bambini preparate sui banchi di scuola e chi avrebbe preparato le leccornie delle feste e i dolciumi. Il vocìo era stato vivace e continuo, e aveva accompagnato una sorta di loro coreografia improvvisata, composta di piccoli passi, con rapidi movimenti e scambi di pose, punteggiata da risate collettive.
Che meravigliosa festa di allegria aveva pensato tra sé Luigi Mari. Il suo sguardo si era posato di nuovo sul presepe e, poi, sul tappeto Arak antico che al centro del salone copriva in buona parte i rombi bianchi e neri del pavimento. Un tremore improvviso gli aveva attraversato la schiena fino a diventare un dolore acuto, penetrante e insopportabile come di solito poteva procurargli soltanto il ricordo peggiore della sua vita.

Lì su quel tappeto lui era crollato, insanguinato com’era, trafitto due volte alla gamba destra dai proiettili dei soldati della Schutzstaffel al comando del SS-Hauptsturmführer Erich Priebke. Era il 28 marzo 1944.

Lo avevano intercettato a Porta Pinciana, sparando lo avevano inseguito fino a via Lombardia, fino al palazzo dove aveva il suo rifugio. Non c’era mai arrivato. Le forze gli erano mancate e aveva fatto appena in tempo a entrare nell’atelier sul cortile. Non aveva conosciuto prima di allora Iolanda e nemmeno qualcuna delle lavoranti. Loro lo avevano nascosto e protetto, curato e salvato. Iolanda gli aveva dato un’insperata possibilità di vita.
«Luigi, caro» sua moglie aveva interrotto il vortice di quelle immagini. «Ti avevo accennato che Piera, la signora Morvillo, desidera avere da te un consiglio per il figliolo Domenico.»
«Certo, signora Piera l’ascolto con piacere. Sieda qui accanto a me.»

Piera Morvillo si era accomodata sul divano dopo avere abbottonato il camice da lavoro azzurrino sul twin-set rosa cipria indossato per l’occasione. Aveva da poco passato la quarantina e era quasi coetanea di Iolanda, ma mostrava più dei suoi anni nonostante la pettinatura curata e il lucidalabbra appena ripassato. Era rimasta vedova prima della guerra, quando suo marito si era ribaltato sulla via Appia con il camion che guidava giorno e notte. Aveva cresciuto con sacrifici l’unico figlio, lo aveva fatto studiare. C’era anche lei tra coloro che avevano soccorso Luigi Mari quella sera del ’44: non aveva esitato un solo istante a eseguire con le colleghe gli ordini concitati di Iolanda per nascondere quello sconosciuto ferito e per ripulire il sangue sul tappeto e sul pavimento.
«Se ricordo bene suo figlio si è diplomato ragioniere lo scorso luglio e con ottimi voti» si complimentò Luigi per incoraggiare la Piera a esporgli il suo problema.
«Mi ha dato una bella soddisfazione» aveva balbettato Piera mentre gli occhi avevano iniziato a inumidirsi. «E adesso me lo vogliono mandare soldato al nord, a Treviso che neppure so dov’è. Oltre Venezia vero?»

Fu rammentando queste parole che Mari realizzò di essere stato preso dal corso dei pensieri e dei ricordi, di essersi estraniato ancora una volta dal tempo presente, di avere dimenticato ogni altro impegno all’agire, al fare.
Diamine, devo essere più attento rimproverò a sé stesso, consolandosi con la vista dell’orologio. Era ancora puntuale, non c’era stata nessuna attesa di troppo come aveva supposto per la distrazione avuta.
Aprì la porta dello studio e ai primi passi nel corridoio colse gli aromi della cucina, odori che denunciavano le preparazioni dell’Annina per la cena di pesce secondo la tradizione. Si soffermò a una delle specchiere e si sentì contento di poter dare consigli al giovane Morvillo, di avere dato la propria disponibilità alla Piera, di aver reso un piccolo favore a Iolanda. “Come mi hanno insegnato ai tempi della scuola una piccola buona azione alla vigilia di Natale ci sta proprio bene” pensò prima di entrare in cucina.