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Evviva Coppi

Il 32mo Giro d’Italia si svolge pressoché contemporaneamente alla nuova indagine sull’assassinio a Piazze del dottor Alberto Rinaldi, medico di Arturo Toscanini. Scorrendo le pagine del romanzo si ha l’impressione che vi sia una qualche relazione tra le due attività, la sportiva e l’investigativa. Il colonnello Luigi Mari si dedica con ogni energia a fare luce su quel misterioso omicidio, ma nel contempo è un grande appassionato della più importante manifestazione ciclisticaSa tutto sui protagonisti e le squadre della grande kermesse sportiva. Sui quotidiani, prima di qualsiasi altro articolo, legge le cronache delle tappe e le classifiche.
Le trasmissioni con le radiocronache e con i commentatori sulla rete Rossa e sulla rete Azzurra sono appuntamenti immancabili del pomeriggio e della sera.
Una volta placata l’apprensione per l’ordine di arrivo della tappa del giorno e per la classifica generale, Mari predilige su rete Azzurra alle venti e trenta la trasmissione “Il Giringiro”, quotidiano sonoro al seguito del Giro d’Italia. Ne è ogniqualvolta «rallegrato della garbata conduzione di Silvio Gigli e delle canzonette divertite di Isa Bellini, della musichetta molto orecchiabile dei due giovani autori Garinei e Giovannini utilizzata come sigla di chiusura.»
Anche il tenente Barbetti sperimenta il tifo sportivo di Mari allorquando lui «all’annuncio dell’ottimo posizionamento in classifica generale dal suo idolo Fausto Coppi e del notevole distacco di Gino Bartali aveva contratto i pugni e serrato le labbra per contenere quella stessa esclamazione di giubilo che invece lanciava volentieri quando si ritrovava in casa da solo.»

Il ciclismo, e in particolare il ciclismo su strada, era in quegli anni del dopoguerra e per buona parte degli anni ’50 lo sport prediletto dagli italiani, registrava una partecipazione popolare e una diffusione ben superiore a quella del calcio, secondo grande sport nazionale.

Mari tifa e tiferà sempre per il “campionissimo” Coppi.

È lui l’eroe che infiamma le folle, i radiocronisti come Mario Ferretti e Alberto Giubilo, i radioascoltatori nei bar e nelle piazze, i lettori di enfatici pezzi di cronaca sportiva. Ha il fisico dell’eroe, ha lo sguardo profondo e tranquillo di chi sa affrontare imprese eroiche, uso a commentare con parole piane e per nulla affannate le sue prestazioni ai limiti del possibile scientifico.

Coppi ha comunque una dote che oscura tutte le altre: ha il coraggio di osare, di volere vincere e di volere lottare soltanto per la vittoria. Non è un calcolatore delle proprie prestazioni, o meglio lo è con il limite di fare prevalere in ultimo l’indomita disponibilità a superare sé stesso, a prescindere dalle proprie condizioni fisiche, a non curarsi delle avversità naturali, a ragionare col cuore contro tatticismi e schemi combinati.

Queste caratteristiche del “campionissimo” affascinano Mari fino a trasfondersi nelle riflessioni, nelle congetture e nelle iniziative dei giorni della sua investigazione.

 

Il paradigma del grande sportivo diviene emblematico dell’irrazionalità dell’audacia, sorretta fino alla metamorfosi della disperazione del coraggio, fino a dovere fronteggiare il nemico del foro intimo, le ammalianti voci degli istinti di sopravvivenza e di conservazione, ultimi ostili diaframmi all’impresa eroica.


Audacia, coraggio, e ancora audacia, e ancora coraggio.

Mari vi ritrova l’essenza del suo agire, la forza del comandante che combatte contro tutto e contro tutti per il bene, per la pace, per la libertà e la giustizia. E non certo per dovere.

«Proprio come Ulisse con la sua “orazion picciola”» direbbe Mari da buon dantista.

Evviva Coppi.