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Il cassetto di Toscanini

La storia narrata nel romanzo è rimasta chiusa per alcuni anni in un cassetto della mia memoria, in una delle prime file di stigli di ricordi, immagini, racconti depositati via via.
Mi aveva impressionato sin dalle notizie iniziali, dal racconto della fama dei protagonisti e della loro vicenda.
Era una giornata grigia di fine gennaio, fredda, umida, con la nebbia che dal mattino aveva creato lo spettacolo naturale che i toscani chiamano galaverna: un dominio di cristalli di ghiaccio su olivi, filari delle vigne, cespugli fino a ragnatele ispessite a limitare boscaglie.

Con mia moglie girovagavo in automobile nella bassa Val di Chiana. Erravamo in libertà, senza meta per strade sinuose e deserte.

Il mezzodì ci sorprese nel mezzo del nulla. L’apprensione di ricercare una qualunque possibilità di rifocillarci si accrebbe chilometro dopo chilometro.
A un trivio si materializzò nella bruma il borgo di Piazze e un palazzotto in pietra: uno stendardo irrigidito alla ringhiera del balcone centrale indicava “Locanda Toscanini”.


La porta d’ingresso e le finestrature erano serrate. Un piccolo cartello appeso all’interno di un vetro indicava “Ristorante Toscanini aperto” con il disegno a pennarello di una freccia. La seguimmo.
La sala da pranzo era contenuta a pochi tavoli disposti e preparati a perfezione: così le luci soffuse, i velluti di poltroncine e panchette, il candore dei tovagliati, le pareti colorate e la coraggiosa quadreria contemporanea, su tutto un tepore confortante.


Il benarrivato di Sergio fu misurato e gentile. Gli occhi azzurri sorridevano quanto i baffi bianchi.


Eravamo gli unici avventori di quel mezzogiorno.
La carta era stuzzicante, e imprevedibile la promessa di un connubio culinario tosco-siculo.
Le varianti al menù furono declinate nel modo più signorile che io abbia conosciuto, con descrizioni di succulenze intervallate alla mia raffica di domande personali.
Sergio è siciliano, palermitano, anzi di Bagheria, cresciuto con la passione della cucina e incline a prediligere il gusto a qualsiasi altra sensorialità. Ha cucinato in tutto il mondo, alternato avventure gastronomiche al pilotaggio, per la compagnia di bandiera, di immensi aeroplani su rotte per ogni continente. Che dire di pasta con le sarde preparata col fornelletto da campo in un lussuoso hotel con vista sul Taj Mahal? Oppure del forno multifunzione da decine di migliaia di euro vinto a Parigi in una competizione tra chef da tutto il mondo?
Io lo subissavo di domande sulle disparate destinazioni delle bravure di pilota e cuoco, mia moglie nondimeno sulle conoscenze di ricette tradizionali, artifici gastronomici e tecniche di talentuose nonne e zie.
Assistei per un intero pomeriggio al one-man-show di Sergio nei ruoli di maitre, sommelier, cuoco, cameriere e fine narratore, tutti commutati con tempestività e amabilità uniche.
Il mezzogiorno divenne pomeriggio inoltrato a ragione di una sbalorditiva sequenza di assaggi e un ammaliante abbinamento di vini.
Fu gustando la caponatina di Sergio – una magnifica combinazione agrodolce con melanzane fritte a pezzetti, sedano, cipolla, capperi, olive, pomodoro e altri segreti – quando domandai: «Perché una “Locanda Toscanini” qui? In questo borgo sperduto il ristorante con lo stesso nome? Ha a che vedere con il maestro Arturo Toscanini?»
Lui mi scrutò divertito, gli occhi lesti a soddisfare la curiosità della mia meraviglia.

«Allora non conoscete la storia del maestro Toscanini e del medico di Piazze? Il medico che fu ammazzato a due passi da qui?»

Sergio sedette e iniziò a raccontare. Si interruppe per il trillo del forno che lo reclamava per estrarre il flan di cioccolato nero.
Poi continuò il racconto.
Finì che fuori si era fatto buio.
Da allora ho pranzato molte altre volte con Sergio, anche dopo la chiusura del suo ristorante.
Lui è ritornato al mare di Bagheria e io mi sono trasferito in Renania. Anche se meno spesso continuiamo a vederci e a pranzare assieme.